Titolo originale: 7 gwanggu
Paese: Corea del Sud
Regia: Ji-hun Kim
Anno: 2011
Da quello che viene presentato come "il colossal 3D coreano dell'anno" mi aspettavo qualcosa di meglio. La trama è semplice: un gruppo di personaggi (un tantino -eufemismo- stereotipati) lavora in completo isolamento su una piattaforma petrolifera al largo dell'isola Jeju. Fra episodi di bullismo, intolleranza e spavalderia finalmente il famigerato "settore 7" regala un giacimento di petrolio ai protagonisti..peccato che nelle profondità del mare non si nasconda solo oro nero...
L'idea non è malvagia, niente di originale s'intenda, anche se già vista in diversi titoli occidentali. L'ambientazione sarebbe stata perfetta, se solo il direttore della fotografia avesse saputo come fare il suo mestiere, i tecnici del montaggio avessero evitato di sgranocchiare pop corn sul banco di lavoro e il regista avesse scelto ..probabilmente un altro mestiere.
Per non parlare degli effetti speciali, che per il 2011 e il budget sborsato.. non sono decisamente all'altezza delle aspettative.
Che dire.. imperdibili le scene della corsa in moto e della morte con tanto di particolari grotteschi di uno dei protagonisti. Corse infinite, colpi di scena che dopo mezz'ora diventano scontati e ridondanti, trovate scopiazzate da tutta una serie di famosi film horror fantascientifici (da Alien a Resident Evil, tanto per citarne alcuni)..
Insomma.. se proprio non avete nient'altro da fare.
Voto: 4,5
Etichette: sector 7
Titolo originale: 愛のむきだし Ai no mukidashi
Paese: Giappone
Anno: 2008
Regia: Sion Sono
Oggi mi concedo una doverosa digressione, Love Exposure non è un film horror.. quantomeno non nel senso tradizionale del termine.
La trama sarebbe semplice, se non ci fossero così tanti piani interpretativi da renderla più complicata di una soap opera condita da elementi thriller e psicologico-onirici: un uomo, rimasto vedovo, prende i voti e diventa prete. In seguito intraprenderà una relazione illecita con una donna leggermente (leggasi parecchio) pazza e una volta mollato dalla suddetta cominceranno i veri guai per tutti. Yu, figlio esemplare del non tanto esemplare padre, costretto a confessare ogni giorno peccati inesistenti si trova ben presto a doverne commettere di reali per soddisfare la "brama da confessore" del genitore.
Come tutti i film di Sion Sono, nonostante l'imbarazzante quantità di elementi comici ed ironici, anche Love Exposure precipita inesorabilmente verso una spirale di violenza reale ma soprattutto psicologica, in cui la mente dei vari personaggi (e dello spettatore) viene man mano destrutturata e stravolta, andando a riformare puzzles quasi del tutto incomprensibili.
Apparentemente leggero e divertente, questo film è tutt'altro che superficiale o "facile" da digerire. Non mancano episodi grotteschi e dal sapore vagamente splatter, che non vanno comunque ad incidere in maniera decisiva quella che è una suspance presente fin dalle prime scene.
Si sorride, si ride, ci si commuove, ci si arrabbia.. sempre perfettamente coscienti che la fine, la crisi, il disastro.. stanno per arrivare.
Il film sarebbe dovuto durare ben sei ore, ma ci perviene nella versione rivisitata per le sale cinematrografiche, quattro ore di delirio e di cruda e acida denuncia: un credo, un dogma, un pensiero.. hanno la forza distruttiva di mille spade.
Voto? 10.
Etichette: love exposure

Titolo originale: Hitori kakurenbo
Paese: Giappone
Anno: 2009
Regia: Masafumi Yamada
Quando giocare a nascondino non è abbastanza...
Chi da piccolo non ha mai giocato con gli amichetti a nascondersi e fare "bu!" ? Benissimo. Ora immaginate come ci si possa annoiare dopo un po'.. e così qualche furbone si è inventato una variante alquanto grottesca: perchè farsi inseguire da un'altra persona quando ci sono tanti fantasmi a disposizione? Il ragionamento non fa una piega, nevvero?
Ecco che allora nasce un sito, con relativa chat e messaggi telefonici (ma dove l'ho già sentita questa storia? ah già.. in millecinquecento film...) dove 6 o 7 disperati si incontrano e scambiano del sanissimo gossip soprannaturale. "Ma come si fa a chiamare il fantasma?" "E se con questo gioco volessi uccidere qualcuno di preciso?" "Che bello che bello adesso infilzo la mia bambola preferita così funziona anche meglio"... e io che ancora mi affido a Facebook.
Ma andiamo con ordine.
Prendere una bambola, sventrarla, riempirla di riso e chiodi, ricucirla, legarla, affogarla, pronunciare le classiche frasi di rito del gioco, accoltellarla (mi chiedo se a questo punto le associazioni di bambolai del pianeta non siano già sul piede di guerra..) e infine nascondersi con un bel beverone di acqua salata nel solito armadio a muro.
Facile no? Ovviamente anche se le istruzioni fossero "respira e cammina" ci sarebbe sempre qualche imbecille incapace di seguirle e Creepy Hide&Seek sembra raccoglierne la crème de la crème.
Morti o scomparsi un bel po' di personaggi, ci si chiede come mai i rimanenti si ostinino non solo a giocare, ma a sminuire il tutto come se fosse un puro scherzetto.
Quello che non riesco a spiegarmi è l'insulso condimento a base di pc che si accendono da soli, maledizioni che sembrano tramandarsi a mò di malattia infettiva e vendette trasversali di bambine morte.. tutte cose che trasformano il film in un minestrone di citazioni e plagi a dir poco imbarazzanti... e soprattutto totalmente inutili e fuori contesto.
Per non parlare poi del finale completamente folle in cui si inserisce perfino una sorta di morale: non sono scomparsi! Sei tu che non hai più il cuore di un bambino e quindi non li vedi! Ma certo. Comodo rattoppare una trama che fa acqua da ogni lato inserendoci un espediente simile.. no?
Non ho trovato un solo personaggio all'altezza del proprio ruolo. Anche perchè in una pellicola del genere è decisamente difficile definire i ruoli stessi: tutti vittime di non si sa cosa, tutti artefici di maledizioni, tutti inseguiti da tutti e nessun filo conduttore che dia una parvenza di verosimilità all'intera faccenda.
Carina la colonna sonora. Le scene di paura di per sè sono ben fatte. Tecnicamente buono e visivamente ben girato, ottime le luci e la fotografia. Peccato che il tutto sia ridotto ad una traduzione grottesca dei classici del genere.
Avrei voluto un po' meno nonsense e un minimo di sostanza.
Voto: 4
Etichette: creepy hide and seek

Titolo originale: Tôkyô densetsu: ugomeku machi no kyôki
Paese: Giappone
Anno: 2004
Regia: Ataru Oikawa
Yumiko, promettente designer e giornalista, viene perseguitata da strani personaggi e lettere anonime dal contenuto vagamente inquietante ("Tu mi devi sposare") apparentemente scritte da uno sconosciuto.
La sua vita diventa un incubo quando grazie ad alcuni amici ricorda che già in passato (alle medie) era stata oggetto delle attenzioni di un ragazzino psicolabile, in seguito incarcerato per l'omicidio dei propri genitori e sparito dalla circolazione. E se fosse ancora lui?
Grazie all'aiuto di un'amica novella detective scoprirà la verità, anche se a farne le spese non saranno in pochi.
Girato in pochissime locations, claustrofobico e ossessivo, questo film è opera del regista cul Ataru Oikawa, già famoso per la serie Tomie e indiscusso genialoide da thriller fumettistico.
Tokyo Psycho (non si capisce perchè si citi la città, mai nominata nella pellicola) prende vita da una novella, Tôkyô densetsu: ugomeku machi no kowai hanashi, di Yumeaki Hirayama.
Fallisce miseramente nel renderne le atmosfere cupe e psicotiche, anche se il tentativo c'è e si fa evidente soprattutto nella caratterizzazione di Igumi, psicopatico atipico e soprattutto creativo.
Slegate e apparentemente senza senso sono le, poche, sequenze veramente disturbanti gettate a mò di intermezzo in una storia che stenta a farsi inquietante (più che pauroso, sembra tutto esageratamente irritante) ma che acquistano senso se viste dal punto di vista dell'assassino.
Nota di demerito per tutti gli interpreti tranne l'antagonista che sembra genuinamente scappato da un manicomio, perfetto nell'incarnazione del doppio e della schizofrenia ossessiva propria del personaggio.
Visivamente povero, manca di effetti speciali e punta invece sull'ordinario, cercando di calarci nel quotidiano.. un quotidiano ahimè troppo plastificato per risultare credibile.
In sostanza, un film guardabile con ottimi spunti di riflessione che vengono però banalizzati e sprecati. Poteva essere meglio.
Voto: 6
Etichette: tokyo psycho

Titolo originale: 怪談
Paese: Hong Kong
Anno: 2009
Regia: SaiKeung Fong
Versione cinematografica di una popolare serie televisiva di Hong Kong, The Unbelievable è in realtà una sorta di film documentario di quasi un'ora e mezza.
La troupe della serie tv, non al completo ma quasi, si reca in Thailandia e Malaysia per dare un'occhiata alle credenze e alle usanze del luogo.
Fin qua niente di eccezionale se non fosse che la quasi totalità delle situazioni a cui vengono esposti i protagonisti è o palesemente fasulla e costruita su clichè ormai abbastanza stancanti, oppure decisamente gratuita e inutilmente cruda.
Detto questo, a stomaco vuoto è in realtà una pellicola che sa come conquistarsi attenzione portando lo spettatore in contatto con realtà così lontane e misteriose da risultare affascinanti anche nei momenti più trucidi (un consiglio spassionato: se siete deboli di stomaco, evitatelo come la peste): si passa dall'evocazione di spiriti a pratiche voodoo con tanto di sgozzamenti di varie specie animali, rituali di rinvigorimento sessuale ad opera di santoni ermafroditi e tentativi di esumazione mal riusciti.
A dare un tono tragico, probabilmente per dare una sorta di giustificazione nobile (?!?!?!) al tutto, intervengono le scene iniziali che altro non sono che riprese d'archivio giornalistico della carneficina avvenuta in seguito allo tsunami che colpì l'Oceano Indiano nel 2004.
Visivamente interessante, girato in puro stile documentaristico con riprese dal vivo e conseguente mal di mare per lo spettatore più delicato. Risulta tuttavia guardabile, anche se non eccessivamente brillante.
Attori a volte troppo innaturali ma tuttosommato adatti alle particciole da star televisiva in cui era doveroso calarsi.
Una nota di merito per i tantissimi (e indenni!!!!!) gatti che popolano le inquadrature.
Da seguire fin dopo la "finta" sigla, la scena finale è interessante.
"Paranormal Activity" in versione orientale, con tutto quello che ne consegue.
Voto: 4,5
Etichette: the unbelievable
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