giovedì 18 maggio 2023

The 8th night

 

Titolo originale: Je8ileui bam
Paese: Corea del Sud
Regia:
Anno: 2021


Psicodramma a sfondo horror a tema buddhista.
Monaco1 muore. Monaco2 parte alla ricerca di Monaco3 ma si fa rubare l'importante urna affidatagli da Monaco1.
L'urna, insieme ad una seconda urna gemella ritrovata nel deserto da un archeologo poi impazzito, da vita ad un super mostro in stile apocalisse globale.
Segue un susseguirsi di morti apparentemente casuali, indagini di poliziotti più incapaci che altro, pellegrinaggi da fantomatiche sciamane vergini (perchè è storicamente risaputo che le vergini siano più potenti, vero?) e così via.  Il tutto culminerà in un finale assurdo, dove il mostro fa la figura della pallina da pingpong in un epilogo a dir poco furbamente inspiegabile.

L'atmosfera sarebbe anche angosciante, la fotografia ci riporta ad un lato "povero" e tradizionale della  Corea che non siamo più abituati a vedere, abbagliati dalle mille luci della metropoli tecnologica di Seoul. The 8th night è un film che vorrebbe far pensare, commuovere, colpire... ma riesce solo ad annoiare e stupire (in negativo).
Il film non fa paura, non spaventa, non crea angoscia e non diverte, ma riesce comunque a rendere i protagonisti così pietosi da risvegliare compassione nel pubblico.

Da non rivedere.
Voto: 5/10




lunedì 15 maggio 2023

The Silent Sea

 


Titolo originale: 고요의 바다 - Goyo-ui bada
Paese: Corea del Sud
Regia: Choi Hang-Yong
Anno: 2021


Il mondo è secco. L'umanità è stremata. Tutti muoiono di sete. In mezzo a questo disastro di dimensioni bibliche, la Corea decide di spedire una decina di persone in una missione suicida(?) sulla Luna, per recuperare dei fantomatici campioni di non si sa cosa da una stazione in cui è successo un non ben precisato incidente nucelare. Un attimo: state cercando di salvare il mondo  ma dalla missione non si torna? Questo penso sia uno dei plot bugs più grossi e ridicoli della serie tv. Ne segue una trama alla Dieci piccoli indiani in versione scifi, spalmata su 8 episodi durante i quali quasi tutti i protagonisti, effettivamente, ci lasciano le penne.
The Silent Sea strizza l'occhio (per non dire copia) a molte delle situazioni e delle scene di  Aliens - Scontro finale, mescolandoli all'apparente calma tipica invece del primo Alien.

La fotografia è impeccabile, con colori che virano dal bianco freddo  al blu, quasi a richiamare una sorta di strano ambiente sottomarino/lunare dai toni comunque tetri e vagamente inquietanti. L'atmosfera ricorda a tratti quella di videogiochi come Soma o Alien Isolation, mancando però di quella tensione esasperata tipica dei titoli prettamente horror.
Non mancano scene cruente e jumpscares, ma si tratta di episodi isolati inseriti probabilmente per rendere il prodotto più appetibile al pubblico occidentale che vive di questi espedienti.

La recitazione rimane comunque ottima, regalando una delle migliori performances di Gong Yoo e Bae Doona, che portano i loro personaggi ad un livello di profondità quasi teatrale.

Nel complesso è un prodotto godibile, con la giusta suspance e la giusta dose di coinvolgimento.


Il mio voto: 7/10




giovedì 9 aprile 2015

Survive Style 5+



Titolo originale: Survive Style 5+
Paese: Giappone
Regia: Gen Sekiguchi
Anno:2004

Survive Style 5+ è una di quelle rare perle cinematografiche che una volta viste, rimangono in mente nei secoli dei secoli amen.
La trama segue cinque storie che si intersecano in maniera apparentemente casuale, grazie ad un paio di personaggi che fungono da collante. Si comincia con una famiglia, il cui equilibrio viene guastato da un esperimento di ipnosi mal riuscito che porta il padre a credersi uccello. Ci sono poi tre delinquentelli, topi d'appartamento, che una sera finiscono proprio nella casa della famiglia di prima. Due di loro scoprono poi di avere tendenze omosessuali e sono protagonisti di scene sempre più divertenti. Allo stesso tempo, l'ipnotizzatore che ha trasformato il padre di famiglia se la fa con una pubblicitaria fuori di testa: la donna passa il tempo a registrare idee per spot pubblicitari così ridicoli che fanno ridere solo lei. Infine in una villa di periferia, un artista visionario continua ad uccidere la fidanzata, seppellendola nel bosco, per poi vedersela ricomparire in casa sempre più pazza e sempre più assurda.  In tutto questo, un killer londinese in compagnia del suo traduttore fa la propria comparsa qua e là, cambiando le carte in tavola e creando malintesi ed incidenti sempre più assurdi. Il tutto ripetendo a nastro la domanda "qual è il tuo ruolo nella vita?".
Questo film è un lungo videoclip, girato sotto acido: è visivamente spettacolare, gioca con colori, simboli, inquadrature, architetture e personaggi, costruendo quadri che mutano fotogramma per fotogramma. E' un'enorme sinfonia di idee, che si mescolano e sussegono sparse, con un filo logico un po' arruffato ma pur sempre esistente, come nei sogni.
Bellissimo, magistrale, divertente in una maniera così geniale da meritarsi un posto d'onore fra i miei preferiti di sempre. Un "Pulp Fiction meets Charlie and the Chocolate Factory", japanese style.
Consigliatissimo.

Voto: 9





martedì 7 aprile 2015

Dark Tales of Japan


Titolo originale: 日本のこわい夜 Nihon no Kowaiya
Paese: Giappone
Regia: Yoshihiro Nakamura Masayuki Ochiai  Takashi Shimizu  Kôji Shiraishi  Norio Tsuruta
Anno: 2004

Antologia di 5 storie del terrore, ambientate in Giappone, collegate da una sottotrama che risulta onestamente più spaventosa delle storie stesse.
Il tutto parte da un autobus notturno, sul quale sale una vecchia signora in kimono, dall'aria alquanto spettrale. Man mano che il bus procede nella notte, la signora chiede sempre più insistentemente all'autista se può raccontare una storia dell'orrore: seguiranno momenti sempre più spaventosi, fra un racconto e l'altro.
Kumo-onna racconta la storia di un paio di reporter che cercano di far luce sulla leggenda urbana della donna-ragno; Sukima vede un uomo rendersi conto che le presenze oscure celate nelle fessure hanno fatto sparire l'amico, per poi caderne vittima a sua volta; Ōnamakubi racconta una storia di sacrifici rituali che si tramandano di generazone in generazione, mentre una povera ragazza cerca di scappare da uno stalker; in  Kinpatsu Kaidan  un uomo in visita a Los Angeles scopre che anche le bionde possono trasformarsi in spiriti vendicativi; infine Yokan racconta di un uomo che, dopo aver perpretato la truffa perfetta, si ritrova intrappolato in un ascensore con delle persone  alquanto singolari.  Il film si conclude quindi con un ultimo segmento dedicato alla donna sul bus, sempre più spaventoso.

Tutto sommato l'idea non è male, trovo molto d'impatto l'intera serie di scene ambientate sull'autobus, molto più spaventose di tutto il resto messo insieme. Nel complesso, sia Kumo-onna  che Sukima propongono una giusta dose di suspance e mistero, che rendono piacevole la visione dei due racconti.   Ōnamakubi  si conclude forse in maniera troppo frettolosa e avrebbe potuto benissimo prendere vita come film a se stante, anche se non sfigura in questa versione accorciata.
Mi chiedo tuttavia, come sia possibile che un regista acclamato e, generalmente, impeccabile abbia potuto concepire una porcheria come  Kinpatsu Kaidan: voglio sperare che si trattasse di una tentativo di parodia. Non esistono altre spiegazioni logiche all'imbarazzante cortometraggio, davanti al quale anche i film che ho valutato pessimi nel corso degli anni su questo blog risulterebbero dei capolavori.  Yokan non eccelle come i primi due racconti, ma gode sicuramente di una buona sceneggiatura e sarebbe interessante svilupparla ulteriormente in formato film.

Tutto sommato l'antologia si lascia guardare, senza troppe pretese e senza troppo coinvolgimento. Tralasciando lo scivolone di Shimizu, gli altri racconti hanno tutti un loro perchè ed offrono sicuramente un livello minimo di coinvolgimento. Certo, ripeto, minimo. Sarebbe stato interessante vedere più scene riguardanti la donna in kimono, ma sono certa che la domanda Kowai hanashi, kikitai desu ka? rimarrà negli incubi di molti.

Voto: 5,5


Kindaichi Shonen no Jikenbo 2005: The Legendary Vampire Murders


Titolo originale: Kindaichi Shonen no Jikenbo: Kyuuketsuki Densetsu Satsujin Jiken
Paese: Giappone
Regia:
Anno: 2005


Tratto dall'omonimo fumetto ed uscito come special movie televisivo, dopo una serie di anime e drama, questo film vorrebbe proporre la classica storia alla dieci piccoli indiani, versione vampiro.
Hajime Kindaichi e Miyuki Nanase sono due amici d'infanzia e compagni di scuola. Durante un week end, finiscono in una pensione dal, casualissimo, nome "RUIN" insieme ad un gruppo di personaggi ..uno più stupido dell'altro: abbiamo il detective finto serioso che si arrabbia se qualcuno lo definisce vecchio, la commessa di moda che squittisce come un topo e si preoccupa solo di acconciature ed unghie, l'ex medico in modalità cacciatore di non si sa cosa che gira con fucile spianato giorno e notte..e così via. Naturalmente sulla vecchia pensione grava una storia di morti e sparizioni varie, dovute a vampiri. Naturalmente il vampiro compare durante il week end per mietere nuove vittime. Naturalmente Hajime, essendo nipote di un famoso detective, viene incaricato di risolvere il caso perchè "Quando ero piccola e i bulli mi rubavano le scarpe tu le ritrovavi sempre!" . Un momento. Paragonare lo scherzo di qualche bambino delle elementari ad una serie di omicidi..non è propriamente sano di mente. E poi perchè affidare il tutto al ragazzino, quando alla pensione c'è un vero detective?
Insomma la trama fa acqua da ogni lato, i personaggi sono imbarazzanti, i dialoghi sembrano scritti da un bambino dell'asilo e gli interpreti...lasciamo perdere. Chiaramente sarà Hajime a risolvere il caso, con grande approvazione da parte di tutti, gli stessi "tutti" che fino a poco prima lo trattavano coi piedi.
E' un titolo ridicolo, per tanti motivi, creato appositamente per dare risalto al protagonista, interpretato dalla pop sta Kazuya Kamenashi (dei KAT-TUN) e che non varrebbe la pena di vedere se non fosse che il povero Kazuya, insieme ad un altro paio di attori, ce la mette tutta per non risultare completamente fuori luogo... e ci riesce.
Gli effetti speciali sono sostanzialmente inesistenti. la fotografia è piatta, poco incisiva, poco ispirata.
Non lo riguarderei, non risulterebbe divertente nemmeno in compagnia.

VOTO: 4,5

mercoledì 4 giugno 2014

Baby Blues


Titolo originale: Baby Blues
Paese: Cina
Regia:
Anno: 2013

 Una coppia di sposini, lui famoso compositore musicale lei...fotografa blogger perditempo disoccupata, si trasferisce in una casetta in campagna. Durante il sopralluogo la donna trova una bambola -una brutta bambola- dimenticata dal precedente proprietario e decide di tenersela. Ovviamente la bambola è maledetta e ne combinerà di cotte e di crude, fra tentativi di omicidio e incubi vari.. aggiungendoci pure una canzone portasfiga.
Come se non bastasse, alle banalità sopra descritte si aggiunge pure il barbone onniscente che si piazza in pianta stabile fuori dal cancello dei due menando jella ogni volta che li vede.
Il film scorre lento fra una scena assurda e l'altra, senza trovare mai una reale spinta creativa. Nulla in questo film è originale, sembra piuttosto essere una sorta di antologia di clichè pescati a caso dal cestino dei bigliettini del filmaker horror fai-da-te e buttati totalmente a caso sullo schermo, in una trama esile e ritrita come non mai.
Pessimi gli effetti speciali, fotografia praticamente inesistente e l'infame "musica maledetta" non farebbe paura nemmeno ad un bambino..anzi pare appunto in grado giusto di far addormentare un neonato nella culla.
All'alba del 2014 mi aspetterei un minimo di inventiva in più.
Nessuna suspance, nessun momento terrificante..nemmeno lontanamente pauroso. La casa, le atmosfere, la recitazione.. tutti elementi che sfruttati a dovere avrebbero risollevato le sorti di un flop e che invece lo affossano ancora di più.
Da vedere solo in caso di coma cerebrale.

Voto: 4



Confession of a Murder

Titolo originale: Nae-ga sal-in-beom-i-da
Paese: Corea del Sud
Regia:
Anno: 2012

 A quindici anni da una serie di omicidi, Lee Du-seok pubblica un libro molto dettagliato sui crimini affermando di esserne l'autore. Grande scalpore, parenti delle vittime indignati in cerca di vendetta (ci tentano anche parecchie volte nelle maniere più subdole e -stupide- fallendo sempre), polizia sotto stress e nel caos più totale.. mentre il ragazzetto diventa una sorta di macabro divo. Tanto da avere perfino una folta schiera di ragazzine invasate e innamorate di lui (le beliebers non sono nulla al confronto, n.d.V.) che fondano un fan club e lo seguono ovunque inneggiandolo a idolo e musa.
L'ispettore Choi, che al tempo indagò sugli omicidi, è però perplesso e non crede che Lee sia il vero assassino. Seguono innumerevoli scontri-incontri che culminano in un face-to-face televisivo durante il quale la verità, tutta la verità, nient'altro che la verità..verrà a galla.
Inutile dire che le cose non sono semplici come sembrano.

A prima vista sembra essere un normale poliziesco. Confession però gioca con la mente dello spettatore, confondendolo e spingendolo a provare sentimenti contrastanti per i personaggi sbagliati. Di continuo. Dalla prima all'ultima scena, non si è mai totalmente certi di cosa sia cosa e chi sia chi (almeno in teoria, ovvio che ad un certo punto si fa 2+2 e ci si arriva..), trascinati in una serie di flashbacks e intermezzi a metà, in cui non vediamo mai tutti i lati della medaglia.

Un bel film, diretto egregiamente e con una buona fotografia. Ottimi gli interpreti, ottima la colonna sonora. Unica pecca.. la scena dell'inseguimento verso il finale è un po' troppo.... fantasiosa.
Ad ogni modo, consigliatissimo.

Voto: 8


 

giovedì 2 febbraio 2012

Sector 7


 

Titolo originale:  7 gwanggu
Paese: Corea del Sud
Regia: Ji-hun Kim
Anno: 2011


Da quello che viene presentato come "il colossal 3D coreano dell'anno" mi aspettavo qualcosa di meglio. La trama è semplice: un gruppo di personaggi (un tantino -eufemismo- stereotipati) lavora in completo isolamento su una piattaforma petrolifera al largo dell'isola Jeju. Fra episodi di bullismo, intolleranza e spavalderia finalmente il famigerato "settore 7" regala un giacimento di petrolio ai protagonisti..peccato che nelle profondità del mare non si nasconda solo oro nero...

L'idea non è malvagia, niente di originale s'intenda, anche se già vista in diversi titoli occidentali. L'ambientazione sarebbe stata perfetta, se solo il direttore della fotografia avesse saputo come fare il suo mestiere, i tecnici del montaggio avessero evitato di sgranocchiare pop corn sul banco di lavoro e il regista avesse scelto ..probabilmente un altro mestiere.
Per non parlare degli effetti speciali, che per il 2011 e il budget sborsato.. non sono decisamente all'altezza delle aspettative.

Che dire.. imperdibili le scene della corsa in moto e della morte con tanto di particolari grotteschi di uno dei protagonisti.  Corse infinite, colpi di scena che dopo mezz'ora diventano scontati e ridondanti, trovate scopiazzate da tutta una serie di famosi film horror fantascientifici (da Alien a Resident Evil, tanto per citarne alcuni)..
Insomma.. se proprio non avete nient'altro da fare.

Voto: 4,5




mercoledì 16 novembre 2011

Love Exposure




Titolo originale: 愛のむきだし Ai no mukidashi
Paese: Giappone
Anno: 2008
Regia:  Sion Sono

Oggi mi concedo una doverosa digressione, Love Exposure non è un film horror.. quantomeno non nel senso tradizionale del termine.

La trama sarebbe semplice, se non ci fossero così tanti piani interpretativi da renderla più complicata di una soap opera condita da elementi thriller e psicologico-onirici: un uomo, rimasto vedovo, prende i voti e diventa prete. In seguito intraprenderà una relazione illecita con una donna leggermente (leggasi parecchio) pazza e una volta mollato dalla suddetta cominceranno i veri guai per tutti. Yu, figlio esemplare del non tanto esemplare padre, costretto a confessare ogni giorno peccati inesistenti si trova ben presto a doverne commettere di reali per soddisfare la "brama da confessore" del genitore.
L'escalation che ne segue ci porterà ad assistere alle varie peripezie del novello voyeur, che una volta innamoratosi della ragazzina emo (ed esponenzialmente stupida) di turno finirà col rimanere intrappolato nell'abile ragnatela tessuta da una perfida Koike, ragazza completamente fuori di senno che capeggia una setta di stampo cattolico.

Come tutti i film di Sion Sono, nonostante l'imbarazzante quantità di elementi comici ed ironici, anche Love Exposure precipita inesorabilmente verso una spirale di violenza reale ma soprattutto psicologica, in cui la mente dei vari personaggi (e dello spettatore) viene man mano destrutturata e stravolta, andando a riformare puzzles quasi del tutto incomprensibili.
Apparentemente leggero e divertente, questo film è tutt'altro che superficiale o "facile" da digerire. Non mancano episodi grotteschi e dal sapore vagamente splatter, che non vanno comunque ad incidere in maniera decisiva quella che è una suspance presente fin dalle prime scene.
Si sorride, si ride, ci si commuove, ci si arrabbia.. sempre perfettamente coscienti che la fine, la crisi, il disastro.. stanno per arrivare.
Il film sarebbe dovuto durare ben sei ore, ma ci perviene nella versione rivisitata per le sale cinematrografiche, quattro ore di delirio e di cruda e acida denuncia: un credo, un dogma, un pensiero.. hanno la forza distruttiva di mille spade.

Voto? 10.


giovedì 15 luglio 2010

Creepy Hide &Seek




Titolo originale: Hitori kakurenbo
Paese: Giappone
Anno: 2009
Regia: Masafumi Yamada


Quando giocare a nascondino non è abbastanza...

Chi da piccolo non ha mai giocato con gli amichetti a nascondersi e fare "bu!" ? Benissimo. Ora immaginate come ci si possa annoiare dopo un po'.. e così qualche furbone si è inventato una variante alquanto grottesca: perchè farsi inseguire da un'altra persona quando ci sono tanti fantasmi a disposizione? Il ragionamento non fa una piega, nevvero?
Ecco che allora nasce un sito, con relativa chat e messaggi telefonici (ma dove l'ho già sentita questa storia? ah già.. in millecinquecento film...) dove 6 o 7 disperati si incontrano e scambiano del sanissimo gossip soprannaturale. "Ma come si fa a chiamare il fantasma?" "E se con questo gioco volessi uccidere qualcuno di preciso?" "Che bello che bello adesso infilzo la mia bambola preferita così funziona anche meglio"... e io che ancora mi affido a Facebook.
Ma andiamo con ordine.
Prendere una bambola, sventrarla, riempirla di riso e chiodi, ricucirla, legarla, affogarla, pronunciare le classiche frasi di rito del gioco, accoltellarla (mi chiedo se a questo punto le associazioni di bambolai del pianeta non siano già sul piede di guerra..) e infine nascondersi con un bel beverone di acqua salata nel solito armadio a muro.
Facile no? Ovviamente anche se le istruzioni fossero "respira e cammina" ci sarebbe sempre qualche imbecille incapace di seguirle e Creepy Hide&Seek sembra raccoglierne la crème de la crème.
Morti o scomparsi un bel po' di personaggi, ci si chiede come mai i rimanenti si ostinino non solo a giocare, ma a sminuire il tutto come se fosse un puro scherzetto.
Quello che non riesco a spiegarmi è l'insulso condimento a base di pc che si accendono da soli, maledizioni che sembrano tramandarsi a mò di malattia infettiva e vendette trasversali di bambine morte.. tutte cose che trasformano il film in un minestrone di citazioni e plagi a dir poco imbarazzanti... e soprattutto totalmente inutili e fuori contesto.
Per non parlare poi del finale completamente folle in cui si inserisce perfino una sorta di morale: non sono scomparsi! Sei tu che non hai più il cuore di un bambino e quindi non li vedi! Ma certo. Comodo rattoppare una trama che fa acqua da ogni lato inserendoci un espediente simile.. no?

Non ho trovato un solo personaggio all'altezza del proprio ruolo. Anche perchè in una pellicola del genere è decisamente difficile definire i ruoli stessi: tutti vittime di non si sa cosa, tutti artefici di maledizioni, tutti inseguiti da tutti e nessun filo conduttore che dia una parvenza di verosimilità all'intera faccenda.

Carina la colonna sonora. Le scene di paura di per sè sono ben fatte. Tecnicamente buono e visivamente ben girato, ottime le luci e la fotografia. Peccato che il tutto sia ridotto ad una traduzione grottesca dei classici del genere.

Avrei voluto un po' meno nonsense e un minimo di sostanza.

Voto: 4


venerdì 12 marzo 2010

Tokyo Psycho


Titolo originale: Tôkyô densetsu: ugomeku machi no kyôki
Paese: Giappone
Anno: 2004
Regia: Ataru Oikawa

Yumiko, promettente designer e giornalista, viene perseguitata da strani personaggi e lettere anonime dal contenuto vagamente inquietante ("Tu mi devi sposare") apparentemente scritte da uno sconosciuto.
La sua vita diventa un incubo quando grazie ad alcuni amici ricorda che già in passato (alle medie) era stata oggetto delle attenzioni di un ragazzino psicolabile, in seguito incarcerato per l'omicidio dei propri genitori e sparito dalla circolazione. E se fosse ancora lui?
Grazie all'aiuto di un'amica novella detective scoprirà la verità, anche se a farne le spese non saranno in pochi.
Girato in pochissime locations, claustrofobico e ossessivo, questo film è opera del regista cul Ataru Oikawa, già famoso per la serie Tomie e indiscusso genialoide da thriller fumettistico.
Tokyo Psycho (non si capisce perchè si citi la città, mai nominata nella pellicola) prende vita da una novella, Tôkyô densetsu: ugomeku machi no kowai hanashi, di Yumeaki Hirayama.
Fallisce miseramente nel renderne le atmosfere cupe e psicotiche, anche se il tentativo c'è e si fa evidente soprattutto nella caratterizzazione di Igumi, psicopatico atipico e soprattutto creativo.
Slegate e apparentemente senza senso sono le, poche, sequenze veramente disturbanti gettate a mò di intermezzo in una storia che stenta a farsi inquietante (più che pauroso, sembra tutto esageratamente irritante) ma che acquistano senso se viste dal punto di vista dell'assassino.
Nota di demerito per tutti gli interpreti tranne l'antagonista che sembra genuinamente scappato da un manicomio, perfetto nell'incarnazione del doppio e della schizofrenia ossessiva propria del personaggio.

Visivamente povero, manca di effetti speciali e punta invece sull'ordinario, cercando di calarci nel quotidiano.. un quotidiano ahimè troppo plastificato per risultare credibile.
In sostanza, un film guardabile con ottimi spunti di riflessione che vengono però banalizzati e sprecati. Poteva essere meglio.

Voto: 6




The Unbelievable


Titolo originale: 怪談
Paese: Hong Kong
Anno: 2009
Regia: SaiKeung Fong

Versione cinematografica di una popolare serie televisiva di Hong Kong, The Unbelievable è in realtà una sorta di film documentario di quasi un'ora e mezza.
La troupe della serie tv, non al completo ma quasi, si reca in Thailandia e Malaysia per dare un'occhiata alle credenze e alle usanze del luogo.
Fin qua niente di eccezionale se non fosse che la quasi totalità delle situazioni a cui vengono esposti i protagonisti è o palesemente fasulla e costruita su clichè ormai abbastanza stancanti, oppure decisamente gratuita e inutilmente cruda.
Detto questo, a stomaco vuoto è in realtà una pellicola che sa come conquistarsi attenzione portando lo spettatore in contatto con realtà così lontane e misteriose da risultare affascinanti anche nei momenti più trucidi (un consiglio spassionato: se siete deboli di stomaco, evitatelo come la peste): si passa dall'evocazione di spiriti a pratiche voodoo con tanto di sgozzamenti di varie specie animali, rituali di rinvigorimento sessuale ad opera di santoni ermafroditi e tentativi di esumazione mal riusciti.
A dare un tono tragico, probabilmente per dare una sorta di giustificazione nobile (?!?!?!) al tutto, intervengono le scene iniziali che altro non sono che riprese d'archivio giornalistico della carneficina avvenuta in seguito allo tsunami che colpì l'Oceano Indiano nel 2004.

Visivamente interessante, girato in puro stile documentaristico con riprese dal vivo e conseguente mal di mare per lo spettatore più delicato. Risulta tuttavia guardabile, anche se non eccessivamente brillante.
Attori a volte troppo innaturali ma tuttosommato adatti alle particciole da star televisiva in cui era doveroso calarsi.
Una nota di merito per i tantissimi (e indenni!!!!!) gatti che popolano le inquadrature.
Da seguire fin dopo la "finta" sigla, la scena finale è interessante.
"Paranormal Activity" in versione orientale, con tutto quello che ne consegue.

Voto: 4,5


Dead Air

Titolo originale:
Paese: Hong Kong
Anno: 2007
Regia: Xavier Lee Pak-Tat

Dopo aver aiutato una ragazza fantasma trovata accidentalmente sul ciglio della strada, salvando il bambino che portava in grembo, un produttore televisivo alquanto scapestrato diventa una sorta di star grazie all'aiuto della suddetta fantasmina.
Ovviamente i piani non vanno come previsto e dopo l'iniziale successo ne succedono di cotte e di crude, compresi drammi familiari di sapore quasi nostrano.
Dead Air è un film scontato, ennesimo eco dell'ennesima ragazza morta un tantino alterata che torna per vendicarsi.
In questo caso però mancano sia gli effetti paurosi che avrebbero reso meno tediosi gli 80 minuti di video, sia la profondità psicologica che li avrebbe resi ben spesi.
Una pellicola al limite della stupidità, con poche (pochissime) scene azzeccate, che si salva solo grazie a personaggi minori, siparietti ironici e comici in un mare di mediocrità sia dal punto di vista recitativo che visivo.
Manca di suspance, gli attori sono inadatti (la protagonista sembra uscire da una pagina di vogue più che da un cimitero) e di scarso impatto nonchè costantemente sopra le righe in maniera inequivocabile.
Effetti speciali da scuola elementare e scarso acume nell'uso di luci e stratagemmi tecnici non depongono certo a suo vantaggio.

Noioso, scontato e di poco interesse.
Da evitare. O consigliare in caso di vendetta!

Voto: 3



domenica 28 febbraio 2010

Phobia 2



Titolo originale: Ha phraeng
Paese: Thailandia
Anno: 2009
Regia: Banjong Pisanthanakun - Paween Purikitpanya - Songyos Sugmakanan - Parkpoom Wongpoom


Per quale arcano motivo questo film sia stato intitolato "Fobia" ancora mi sfugge. Cinque episodi del tutto slegati fra di loro, che con le classiche paure non hanno quasi nulla a che spartire. Lo definirei più una sorta di vademecum per il buddhista oscuro fai da te, ma andiamo con ordine prima di trarre conclusioni affrettate (?!?).

Novice
parte come tipico dramma familiare: ragazzino incosciente e teppistello provoca incidente in moto e viene spedito dalla madre in un remoto boschetto della fantasia in mezzo a monaci un tantino scostanti. Trasformato in novello piccolo Buddha andrà incontro al proprio destino (che ovviamente si intreccia con l'incidente, la famiglia e un improbabile fantasma che poco ha dello spirito e molto dell'Ent alla Tolkien..).
Ward si propone meno scontato, riportandoci nell'incubo ospedaliero per eccellenza (l'atmosfera cupa e poco "igienica" già basterebbe, a dire il vero) della notte insonne accanto ad un uomo in coma e alla sua famiglia di adepti poco inclini al dialogo. Anche qui protagonista è un ragazzino un po' troppo curioso che si troverà suo malgrado a incontrare un fato allegramente manomesso.
Backpackers è forse l'episodio meno noioso, ma anche quello più dichiaratamente "occidentale": coppia di autostoppisti giapponesi raccolti da un camion sgangherato si ritrova nel bel mezzo di un incubo splatter zombie anfetaminico. Scontato, sicuramente, ma di forte impatto spettacolare.
Salvage è probabilmente lo spezzone in grado di risollevare le sorti di una pellicola piuttosto deludente. Intensa e tragicamente verosimile, la storia di una donna accecata dal guadagno e dal successo negli affari che, costretta ad affrontare le proprie misfatte, perderà l'unica cosa a cui è veramente legata. Un finale da brivido.
Infine In the middle. Se non fosse inserito in un film che tutto si propone tranne quello di parodiare il genere horror, sarebbe un geniale e divertente racconto dell'assurdo. Commedia degli equivoci, in tono hollywoodiano, con finale a sorpresa (più o meno..).

Phobia 2 è un titolo da non prendere troppo sul serio per almeno il 90% del tempo. Ridicolo, assurdo, mai veramente coinvolgente. Girato in puro stile accademico senza spunti originali o trovate che lo rendano degno di nota. Fallisce perfino nel titolo: avrei trovato molto più adatto un "Karma 2 - la vendetta", piuttosto.
Le storie partono lente, noiose, prevedibili e strapiene di clichè, tentennano nel prendere quota.. ma riescono tuttavia ad intrattenere nella seconda parte del film. Un'agonia di due ore perfettamente evitabile, anche se avete una buona scorta di pop corn e coca cola.
Peccato per alcuni interpreti, tutto sommato decisamente validi.
Non me la sento di sconsigliarlo, ho visto di peggio, ma nemmeno il contrario. Non è un brutto film: è semplicemente evitabile.

Voto: 4


mercoledì 28 ottobre 2009

Strange Circus



Titolo originale: 気球クラブ、その後 (Kimyō na sākasu)
Paese: Giappone
Anno: 2005
Regia: Shion Sono


Mitzuko è figlia di Gozo e Sayuri. Gozo e Sayuri non sono propriamente i genitori perfetti che ci si potrebbe immaginare. Mitzuko viene molestata dal padre e malmenata dalla madre. Scene tragiche tra le sontuose mura di una ricca famiglia giapponese. Il tutto calato nella disarmante scenografia psicologia del delirante mondo che Shion Sono scopre, violenta e sbatte sullo schermo con un'implacabile precisione. Un mondo dove tutto sembra finto, grottesco, caricaturale. Un mondo dove ogni cosa diventa metafora di se stessa ed una bambina si vede con occhi di donna, di uomo e di spirito violato. Un mondo in cui non c'è spazio per giocare ma solo per interpretare un ruolo. Così come tutti i personaggi dello strano circo che fa da corollario alla vicenda.
Ma cosa in realtà è finto, immaginario.. e cosa è reale? Chi sono i veri circensi? Gli strani esseri che dal palco chiedono un volontario tra il publico come vittima sacrificale ...o piuttosto gli esseri che popolano un mondo apparentemente "normale" in cui ossessioni e pulsioni si nascondono dietro ad una porta cesellata, una sedia a rotelle, un manoscritto consunto, una custodia per violoncello, un cappottino bianco punk, un locale osè, una bottiglia di sakè..?

Strange Circus è spietato. Come un abile chirurgo, scava nella mente della protagonista mettendone a nudo le paure, le debolezze e la disperazione. Il desiderio di vendetta, il bisogno di redenzione, le profonde contraddizioni derivate da un passato non del tutto limpido e sereno.
E' un coltello affilato, un pugno nello stomaco, un'abile intrusione nella privacy di una famiglia, ma anche di chi osserva dall'esterno.. conscio del fatto che un vero "esterno" forse non esiste.
Un po' come si dice anche nel film... di quale sia la realtà in fondo non si ha certezza: cosa succederebbe se.... ?
Le possibilità infinite regalano l'escamotage perfetto per un film che mescola piano di realtà e identità innumerevoli volte.. cercando di confondere, ma rendendo invece un'efficace ritratto psicologico di protagonisti e non.

Fotografia perfetta, regia mirabile e attori a volte sopra le righe ma mai scontati o inadatti. Degne di nota sia la sequenza iniziale che quella finale. Un film che rivedrei, e ho rivisto, molte volte. Da ricordare, sicuramente.

Voto: 9



martedì 13 ottobre 2009

Detective Story



Titolo originale: Tantei Monogatari
Paese: Giappone
Anno: 2007
Regia: Takashi Miike


Raita Kazama (Kazuya Nakayama) è un detective privato un po' fuori dalle righe, una sorta di Magnum PI nipponico senza Ferrari e lusso sfrenato. Raita Takashima (Kuroudo Maki) è impiegato d'ufficio, esperto in computers e hacker di medio livello, tranquillo, morigerato, ligio al dovere. Due uomini completamente diversi che si ritrovano non solo a condividere lo stesso nome.. ma anche a diventare vicini di casa in uno degli ormai soliti palazzi fatiscenti tanto cari ai film horror.
Quello di Miike non è però un classico titolo dell'orrore, non è nemmeno una detective story e non può essere definito nemmeno comico, nonostante la costante presenza di scene, battute e personaggi che di ridicolo hanno davvero tutto.
La trama si sviluppa attorno ad una serie di omicidi piuttosto cruenti, un ufficio di polizia che brancola nel buio buttandosi alla persecuzione di 4 sospettati a caso, fra cui il nostro Raita detective. L'uomo, innocente, parte così in una rocambolesca ricerca del vero colpevole aiutato dall'assistente Nagamine e dall'involontaria partecipazione del vicino suo omonimo.
A fare da sfondo ..la figura inquietante e grottesca di un artista un po' (tanto) sessuomane e attratto dall'occulto, fedele seguace del pensiero di Rudolf Steiner (leggasi ossessionato da..) e osannato dai critici d'arte come genio incompreso dell'epoca contemporanea.
Non sta a me svelare il finale, degno della migliore soap opera americana.. con colpi di scena e twists dal sapore vagamente paradossale, alla M. Night Shyamalan.

Miike stupisce, ossessiona, diverte, intrattiene e porta a pensare. Tutto in una pellicola. Anche se non trovo Tantei all'altezza di molte sue altre opere, è comunque un omaggio al cinema di genere che trova spazio nel sabato sera freddo e senza sapore di chi non può uscire di casa. Un film scartabilissimo, con evidenti cadute di ispirazione ("omaggi" a film come Il Silenzio degli Innocenti, ufficialmente) e battute scontate, che contribuiscono a diminuire sensibilmente la credibilità del cinepanettone nipponico.

Trascurabile.

Voto: 5


martedì 14 luglio 2009

February 29



Titolo originale: 2월 29일 - 어느날 갑자기 첫번째 이야기 (2 Wol 29 Il - Eo-neun-nal Kab-ja-gi Cheot-beon-jjae I-ya-gi)
Paese: Corea del Sud
Anno: 2006
Regia: Jeong Jong-hoon


Un film strano, che si colloca all'interno di una serie composta da altri tre capitoli tra di loro indipendenti: 4 Horror Tales.

Ji-yeon lavora come casellante ad un'uscita autostradale anonima come tante altre, passa il tempo nel piccolo ufficio che le fa da casa ogni notte guardando la tv, chiaccherando con l'amica Jong-sook e vivendo tutto sommato un'esistenza dignitosa. Tutto fila liscio finchè una notte le si presenta davanti una misteriosa automobile nera dalla quale una mano ricoperta di sangue le porge un biglietto macchiato di rosso.
Da questo momento seguirà una escalation di incubi e omicidi, che porteranno Ji-yeon ai limiti della follia fino alla conclusiva reclusione in un ospedale psichiatrico, luogo dal quale in realtà ha inizio e fine tutta la vicenda.
Filo conduttore dell'intero film è il dubbio: dubbio fra cioè che è sucesso e cioò che viene immaginato, fra ciò che è vero e ciò che è falso, fra racconto delirante e realtà dei fatti. Sintomatica il dialogo finale: "Bene, ora sai la verità: sta a te tirarne fuori una storia" " [...] ma se la realtà sembra finzione, non so a cosa credere."

Un film che non brilla certo per originalità o fantasia, ma non troppo scontato. Nonostante gli immancabili momenti di suspance, sangue e (tentato) terrore, February 29 dimostra comunque una certa ricerca di profondità. Motivo per cui non sarebbe giusto condannarlo totalmente, soprattutto se confrontato con gli altri capitoli della raccolta, che di inedito hanno ben poco.

Registicamente tranquillo, non pretenzioso, mostra comunque un certo gusto per il gioco cromatico e l'inganno psicologico. Pochi attori in grado di caratterizzare discretamente personaggi purtroppo stereotipati, riescono ad ogni modo ad elevare il livello della pellicola da mediocre a passabile.
Carino.

Voto: 6




White Lady



Titolo originale: White Lady
Paese: Filippine
Anno: 2006
Regia: Jeff Tan



Pearl si iscrive al college insieme all'amico di infanzia e si trasferisce in un campus dall'aria un tantino hippie, in una città non ben definita, su un'isola non ben definita, nelle Filippine. E' povera, proviene da un'isoletta sperduta e per giunta fa parte di una "etnia" malvista nella grande città. Buona e sincera, viene presa di mira dal classico gruppo di bulli scolastici (in questo caso ragazzette alla moda un po' scosciate e stupidotte) salvo poi finire col diventare la fidanzatina del classico belloccio della situazione (con conseguente disperazione del povero amico frustrato).

Fin qua nulla di originale. Anche l'apparizione del fantasma di turno, la solita donna bianca coi lunghi capelli neri, non fa che aggiungere ovvietà al già ovvio copione trito e ritrito. Naturalmente il tutto si risolverà in un'escalation di colpi di scena e scoperte degne della migliore soap opera made in U.S.A. , fino all'altrettanto scontato lieto fine.

Registicamente pari al filmino della comunione di mio cugino, che risale probabilmente all'epoca precambriana, e popolato da attori espressivi quanto una salma durante un funerale, White Lady è di fatto una perla nel panorama horror filippino, che di fatto è pressochè inesistente.
Interessante comunque l'ambientazione, soprattutto per quanto riguarda la magione in cui sembrerebbe abitare una fantomatica Christina (no, la Casa di Cristina, per quanto brutto film, non c'entra purtroppo) che riporta alla mente le antiche dimore coloniali di New Orleans e dintorni. Divertente per noi occidentali anche l'audio originale popolato da frasi in inglese mescolate a idioma locale in una sorta di minestrone linguistico a tratti esilarante.

Un film da vedere per farsi quattro risate con gli amici, se proprio tutti i bar della zona sono chiusi e il cane ha già fatto la passeggiatina serale.

Voto: 4



mercoledì 6 maggio 2009

Acacia



Titolo originale: Acacia
Paese: Corea del Sud
Anno: 2003
Regia: Ki-hyeong Park



Film osannato da esperti del settore e dalla critica, stroncato di netto da cultori del genere e fan più smaliziati. Acacia è un titolo che divide l'opinione: o lo si ama o lo si detesta. Non credo esistano mezze misure davanti a un mattone di tali dimensioni (mai parola fu più fuori luogo, dovrei parlare forse di pietra ma mi perdonerete lo svolazzo retorico).

La trama sembra essere il solito dramma trito e ritrito visto spesso in film di tutt'altro genere: marito e moglie in crisi perchè non possono avere figli adottano bambino problematico che sembra affezionarsi alle cose più strane e sviluppare un rapporto decente solo col nonno, salvo poi rivelarsi un tantino più delicato del previsto e ceare scompiglio all'arrivo, decisamente imprevisto, di un fratellino concepito in maniera miracolosamente (ed inaspettatamente) naturale.
Questo farebbe pensare ad un film drammatico, più che horror.. ed è proprio il motivo per cui penso Acacia non sia stato pienamente apprezzato. Lo spunto oscuro non è altro che un pretesto per introdurre tematiche tutt'altro che soprannaturali: l'orrore qui è dato dalla tragedia, dagli imprevisti e dal dolore che ne scaturiscono. Niente è più spaventoso e oscuro di ciò che avviene tra le mura domestiche, spesso teatro di messe in scena così tragiche da venire addirittura rimosse e cancellate dalla storia famigliare. Salvo poi tornare ad infestare la quotidianità degli abitanti, come nel peggiore degli incubi.

Acacia non è un film facile. Non è un film leggero. Non è un film adatto a tutti. Ma soprattutto non è un film dell'orrore: strizza l'occhio ad un genere totalmente alieno, tentando così di giustificare (o fornire false speranze?) l'orrore vero.. quello realistico e reale che molte persone vivono al di qua dello schermo. Pervaso da un perenne senso di malinconia e abbandono, girato in poche pochissime locations, dominato dalle tonalità del giallo (il rapporto isterico con una madre albero), bianco (la morte onnipresente) e rosso (la violenza dell'omicidio ma anche dell'amore e della gelosia) e abilmente recitato da attori perfettamente calati nei loro scomodi ruoli, è un titolo che non mi sento di consigliare a tutti ma che merita molto.

Voto: 8




mercoledì 24 dicembre 2008

Hansel & Gretel





Titolo originale: 헨젤과 그레텔 (Hen-jel-gwa Geu-re-tel)
Paese: Corea del Sud
Anno: 2007
Regia: Pil-Sung Yim

Un uomo alla ricerca di se stesso, in lotta con una famiglia che non vuole o non è pronto a gestire, si ritrova a vagare per una foresta dopo aver avuto un incidente stradale.
Come per magia viene soccorso da una ragazzina che lo porta nella sua casetta di marzapane (bhè non letteralmente, ma quasi..) dove ad accoglierlo ci sono altri due teneri bambini e due amorevoli genitori dal sorriso zuccheroso.
Tutto è perfetto, da fiaba, se non che dopo poco cominciano a succedere strane cose: telefoni che non funzionano, stradine che spariscono, foreste che sembrano impenetrabili, dolci e cibarie troppo belli e buoni per essere veri, peluche, giocattoli e animaletti da sogno, etc etc etc..

Un sogno, un racconto, un viaggio in sentimenti ed emozioni spesso celati o nascosti, una dolcissima patina che ricopre orrori e sofferenze così grandi ed inesplicabili da trovare espiazione solo attraverso la tenera ed ingenua visione del mondo che solo i bambini sono capaci di offrire. Uno sguardo innocente sul mondo adulto e le sue perversioni, un film che commuove e coinvolge su più livelli, così tanti da risultare difficile descriverlo senza scadere nel banale.

Visivamente ricco e fantasioso, interpretato e vissuto magistralmente da quattro protagonisti che sembrano incarnare perfettamente i personaggi per loro ideati, diretto in maniera impeccabile. Forse a tratti un po' semplice, ma non è forse questo il pregio dell'essere piccoli?

Da vedere, difficile da dimenticare.

Voto: 9