mercoledì 24 dicembre 2008

Hansel & Gretel





Titolo originale: 헨젤과 그레텔 (Hen-jel-gwa Geu-re-tel)
Paese: Corea del Sud
Anno: 2007
Regia: Pil-Sung Yim

Un uomo alla ricerca di se stesso, in lotta con una famiglia che non vuole o non è pronto a gestire, si ritrova a vagare per una foresta dopo aver avuto un incidente stradale.
Come per magia viene soccorso da una ragazzina che lo porta nella sua casetta di marzapane (bhè non letteralmente, ma quasi..) dove ad accoglierlo ci sono altri due teneri bambini e due amorevoli genitori dal sorriso zuccheroso.
Tutto è perfetto, da fiaba, se non che dopo poco cominciano a succedere strane cose: telefoni che non funzionano, stradine che spariscono, foreste che sembrano impenetrabili, dolci e cibarie troppo belli e buoni per essere veri, peluche, giocattoli e animaletti da sogno, etc etc etc..

Un sogno, un racconto, un viaggio in sentimenti ed emozioni spesso celati o nascosti, una dolcissima patina che ricopre orrori e sofferenze così grandi ed inesplicabili da trovare espiazione solo attraverso la tenera ed ingenua visione del mondo che solo i bambini sono capaci di offrire. Uno sguardo innocente sul mondo adulto e le sue perversioni, un film che commuove e coinvolge su più livelli, così tanti da risultare difficile descriverlo senza scadere nel banale.

Visivamente ricco e fantasioso, interpretato e vissuto magistralmente da quattro protagonisti che sembrano incarnare perfettamente i personaggi per loro ideati, diretto in maniera impeccabile. Forse a tratti un po' semplice, ma non è forse questo il pregio dell'essere piccoli?

Da vedere, difficile da dimenticare.

Voto: 9

lunedì 24 novembre 2008

Rampo Noir



Titolo originale: Rampo jigoku
Anno: 2005
Paese: Giappone
Regia:
Akio Jissoji (episodio "Kagami jigoku")
Atsushi Kaneko (episodio "Mushi")
Hisayasu Sato (episodio "Imomushi")
Suguru Takeuchi (episodio "Kasei no unga")

4 episodi tratti da altrettanti racconti di 江戸川乱歩 (Edogawa Ranpo, vero nome 平井太郎, Taro Hirai), contraddittorio autore giapponese appassionato a romanzi occidentali che vanno dal giallo ad Edgar Allan Poe.
Star indiscussa del film è Tadanobu Asano, nei panni del detective incaricato (ufficialmente e ufficiosamente) di risolvere casi al limite del surreale e dell'impossibile.
A prescindere dalla fantasia malata delle storie qui rappresentate, quello che sembra trasparire dai personaggi è un generale senso di disagio, di perdita dell'identità e di ricerca di una nuova dimensione nella quale poter sopravvivere in pace non tanto con se stessi ma con quello che non si può cambiare della propria esistenza, in estremi tentativi di mutazione, mutilazione, trasformazione, immortalità.

Un film che parla di disagio, di solitudine, di dolore..ma anche di amore, per quanto distorto o malato possa sembrare.
Un film che rende attuale il concetto di Arte e lo declina in 4 nuove forme, che spaventano disturbano ed affascinano allo stesso tempo.
Un film scomodo, scomodissimo.
Un film tremendamente alieno e forse alienante, che dell'alienazione fa però pane quotidiano, sbattendocela in faccia e facendoci prendere coscienza di quanto in realtà preesista nel profondo di ogni essere umano: unica scusante è probabilmente l'incapacità di darle sfogo, o l'assoluta mancanza di controllo in caso contrario.


Un uomo che non riesce più a distinguere realtà da riflesso e finisce per annullarsi all'interno dello specchio nel quale vorrebbe poter vivere; una donna che ama e odia allo stesso tempo il marito in maniera così distorta e sbagliata da distruggerne il corpo per poi seguirlo nel dolore, in comunione con un concetto di arte che va oltre alla perfomance, oltre all'opera pura; un uomo che soffre terribilmente di fronte ad ogni minimo contatto col prossimo ma torturato dall'amore folle per una donna, che lo porta ad un estremo gesto di annullamento e di trasposizione in quel mondo di sogni e illusioni che, anche se in modo tragicamente diverso, compare in tutti gli episodi.
Il tutto legato dalla figura di Tadanobu, uomo in conflitto con la propria esistenza e la propria definizione, uomo in perenne lotta con l'odio per la moglie inferma e l'odio per un se stesso che non basta più, che non esiste più se non nella dualità uomo-donna che avvistiamo nei primi minuti di questa sconvolgente pellicola.

Rampo Noir non è un film facile da digerire, non lo definirei nemmeno film.. probabilmente nella folle ricerca di una definizione di opera d'arte è proprio questo percorso a colpire il "pubblico" molto più dei suoi contenuti.
Magistrale, pur nella semplicità di una regia non sempre all'altezza della poesia del copione.

Spaventosamente difficile, orrendo a tratti.. ma imperdibile.

Voto: 7,5

Disappear




Titolo orginale: Shissô: boku ga kanojo o tojikometa wake
Paese: Giappone
Anno: 2005
Regia: Hideo Jôjô


Asi, Kwangshu e Yinan sono amici fin da piccoli e compagni di scuola. Quando gli anni passano, Asi diventa una bella ragazza e decide di fidanzarsi con Kwangshu, spezzando il cuore a Yinan che l'ha sempre amata in silenzio.
Dopo una serie di involontarie e rocambolesche avventure, Asi si ritrova prigioniera a casa di Yinan che impazzito decide di tenersela per sè convinto di poterla conquistare (o per lo meno sfruttare..) in questa maniera.
Nel mondo esterno tutto continua in maniera normale, la gente vive la sua vita e il lavoro nella piccola officina in cui Yinan passa la maggior parte del tempo è noioso e ripetitivo come sempre, con l'unico diversivo di un'oca trovata ferita che per caso diventa mascotte degli operai.
Nella piccola casa, Asi cerca di barcamenarsi come può, senza mai abbandonare l'idea di una fuga, che più di una volta cerca di attuare senza successo.

Fin qua tutto bene, non fosse che dietro a tanta tragedia si cela un grande malinteso alla base di un minestrone melenso degno del miglior shojo manga.
Nessun accenno horror, solo violenza e dolore in un film dall'esito non così scontato come ci si aspetterebbe ma forse forzatamente mieloso, nonostante l'evidente impossibilità (o forse solo difficoltà) di concluderlo in maniera diversa.

Interpretazioni fastidiose al limite del dolore fisico (la sinfonia di respiri asmatici è una sofferenza per le orecchie) ma anche intense e drammatiche al punto giusto, in un film decisamente non facile da vivere e rappresentare, scomodo per tanti versi. Non si tratta di violenza visiva quanto piscologica, in una spirale di eventi che, seppur estremizzati alla classica maniera nipponico-autodistruttiva, sono spesso comuni a molti di noi.

Scomodo, ma avrebbe potuto essere molto peggio (o meglio?)


Voto: 5,5

Lhorn





Titolo originale: Lhorn - Soul
Paese: Thailandia
Anno: 2003
Regia: Arphichard Phopairoj


La gita di un gruppo di ragazzi alla vecchia casa di famiglia di uno di loro si trasforma in occasione perfetta per sciorinare vecchie storie su fantasmi e possessioni poco simpatiche. Il tutto calato nella Thailandia rurale dei villaggi e delle campagne che fanno poco Alpitour e molto Linea Verde.

Filo conduttore di tutto il film è il dialogo fra Sao e Manao (non sto scherzando..) che insieme ad un amico ripercorrono le antiche leggende soprannaturali che popolano il loro paese. Partendo da un malefico libricino nero (dejavù) assistiamo a diversi episodi, ognuno dei quali legato ad un diverso tipo di fantasma o spirito e luogo di provenienza: abbiamo lo spirito mangia polli crudi, lo spirito libidinoso ninfomane, lo spirito spaventapasseri che vive in una pianta, lo spirito albero vendicativo.
Tutti legati alla natura, tutti in qualche modo strettamente connessi ad una pianta o simile.
Se l'idea di fondo non è malvagia, i personaggi di contorno presenti nella casa e le ridicole scene che si svolgono ai giorni nostri bastano ad abbassare il punteggio generale del film, rendendolo spesso scialbo, risibile e ben poco pauroso.
Interessante comunque osservare la minuziosa riproduzione di realtà e luoghi in genere snobbati dalla cinematografia (se non in occasione di documentari o film denuncia) che rendono estremamente esotico e realista l'intera architettura di un film altrimenti difficile da seguire senza appisolarsi almeno mezz'ora o più..

Visivamente semplice e di poche pretese, un film tutto sommato piacevole ma non indispensabile. Da vedere per chi ha uno spiccato interesse per la Thailandia, per le leggende e per i fantasmi. O per chi, come me, si sottopone volontariamente alla tortura perchè in fondo appassionato al genere.
Sconsigliato a tutti gli altri.

Voto: 4,5

sabato 23 agosto 2008

House of the Invisibles



Titolo originale: 一樓一鬼 (Cu' Xa' Kinh Hoàng)
Paese: Hong Kong
Anno: 2007
Regia: Elfa LEE Cheuk-Chun

Un'afosa mattina estiva poco adatta a qualsiasi attività fuori casa mi ha indotta a recuperare uno dei tanti dvd che prendono polvere sulla mia scrivania e dare una chance a "House of the Invisibles", che già avevo tentato di guardare...senza successo.

La trama, quantomai semplice e scontata, prende vita intorno ad un palazzo di quelli che si vedono ormai troppo spesso nei film targati HK e simili, le cosiddette città verticali, ed ai suoi abitanti decisamente fuori dal comune: macchiette, stereotipi, esseri umani ai limiti della società che arrancano per arrivare a fine mese un po' in qualche maniera o che sbarcano il lunario scommettendo ( e perdendo regolarmente ) su qualsiasi cosa si possa scommettere e ancora malati terminali, senzatetto, prostitute su prenotazione, drogati e perditempo vari. Ce n'è di che creare un'intera encicopedia neorealista.
A tessere le fila dell'orrore (ah che paura, che angoscia, non vi potete nemmeno immaginare...) sembrano essere una vecchia barbona e il letargico portiere testimoni e registi di un complotto ai danni degli ultimi inquilini "vivi" che devono vedersela con un esercito di fantasmi alla ricerca di vendetta, nuovi corpi da utilizzare, riconoscimenti, amore... e chi piùne ha più ne metta.
Quando finalmente tutto sembra essersi sistemato e già si sente odore di "e tutti vissero e morirono felici e contenti" ecco che si ricomincia da capo. E' proprio vero che il lavoro non finisce mai.

Una regia abbastanza banale, una fotografia povera di originalità ed una compilation di effetti speciali degna del filmino della prima comunione faranno storcere il naso agli spettatori più raffinati, ma fanno da cornice ad un film he da banale e scontato riesce comunque a trarre spunti di riflessione non indifferenti che spaziano un po' in tutte le direzioni. Se il finale non lascia adito a dubbi è comunque vero che il commovente epilogo che vede l'uomo represso e la moglie invalida come protagonisti regala una decina di punti in più ad un film che altrimenti soffrirebbe troppo di sindrome della fotocopia.
Carino.

Voto: 5,5